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Tra le nemesi che hanno segnato la storia della serialità, Gus Fring (interpretato da un magistrale Giancarlo Esposito) è forse uno tra i più ipnotici e affascinanti. Enigmatico, impenetrabile e, soprattutto, imprevedibile, si è imposto in Breaking Bad (disponibile su Netflix) come uno dei personaggi principali, tanto da quasi oscurarne il protagonista. La nemesi perfetta per un altrimenti inarrestabile Walter White, che, fino all’incontro con il proprietario di Los Pollos Hermanos, non trova un vero e proprio nemico in grado di contrastarlo.
Lo scacco in cui Walter e Jessie sono incastrati per mesi sembra impossibile da ribaltare. La compartimentazione della catena produttiva di Frig incastra i due cuochi. Da un lato, Gus Fring, metodico e visceralmente attento a ogni singolo dettaglio, pare essere sempre tre passi avanti all’altrettanto geniale e spietato Heisenberg. Dall’altro, però, il concorrente principale del Cartello cela un tumulto interiore, il cui controllo diventa ogni giorno più difficile da mantenere. Il risultato? La cecità di ciò che gli accade attorno e l’incapacità di prevedere tutte le mosse sulla scacchiera. L’inevitabile esito è una distruzione che, anche se avvenuta per mano di Walter, è stata invece generata dalle fila che lui stesso ha tirato per tutto il tempo e a suo piacimento.
La maschera della perfezione di Gus Fring in Breaking Bad

Incarnazione del controllo, Gus Fring costruisce la macchina perfetta per il suo impero. La facciata di Los Pollos Hermanos lo fa apparire come un uomo del popolo che è riuscito a contribuire al miglioramento attivo del tessuto urbano. Amico del corpo di polizia e della DEA, per i quali è un donatore e un sostenitore assiduo. Gus pare essere il cittadino-imprenditore perfetto. Con una precisione industriale, la catena di produzione e distribuzione di droga si dirama velocemente come un parassita, a pari passo dell’espansione della sua catena di fast food.
Ogni dettaglio è sotto il suo dominio: dalla disposizione dei tavoli nei ristoranti fino ai turni di lavoro dei suoi dipendenti. Il suo comportamento elegante, la postura impeccabile e la sua calma glaciale fanno di lui un enigma impenetrabile. Persino quando si trova sotto pressione, Gus non lascia mai trasparire alcuna emozione, mantenendo un atteggiamento misurato e razionale. Ma questa è soltanto una maschera. Ad ogni colpo, questa si crepa, si spacca e lascia intravedere qualcosa di ben nascosto. Un tumulto interiore si cela dietro quegli impenetrabili occhi. Un tumulto che, quando fuoriesce, lascia divampare un’ira, una rabbia, una sete di sangue.
La vendetta, infatti, è ciò che muove e fa agire Gus Fring. Ogni sua azione viene calcolata nel minimo dettaglio dal 1989. Il Cartello capitanato da Hector Salamanca, con il suo braccio operativo Don Eladio, uccide futilmente Max, il partner in affari di Gus. Come se nulla fosse, Salamanca e Don Eladio hanno ucciso una persona cara a Gus per dimostrare solo di poterlo fare. Gus non si accontenta di eliminare i suoi rivali, vuole umiliarli, farli soffrire, piegarli al suo volere. Questo desiderio ossessivo lo porta a compiere azioni che, paradossalmente, incrinano la sua aura di infallibilità.
La strada della vendetta è piena di passi falsi e Gus Fring, nonostante tutto, non riesce a schivarli.
Passano gli anni, ma non passa la sete di vendetta. Gus Fring, con metodica pianificazione e ingegnosi sotterfugi, riesce finalmente a sgretolare il Cartello. E lo fa dal suo interno, colpendo il cuore stesso dell’organizzazione. Don Eladio e i suoi uomini vengono colpiti proprio dove meno se lo aspettano: all’interno della villa del boss, durante una festa per celebrare la collaborazione tra i due “imprenditori”. Gus non si complica troppo la vita per compiere la carneficina. Ricordiamolo, è metodico e preciso. Non sarebbe stato nel suo stile colpire con una squadra d’assalto e far scoppiare sparatorie. Utilizza, invece, il ricino. Un veleno è molto più subdolo, raffinato, spietato. Un veleno è molto più come Gus. Si insinua e quando meno te lo aspetti si azione. E la situazione resta irrimediabile.
Quanto più in alto si vola, tanto più violenta sarà la caduta. L’odio nei confronti di Hector Salamanca e il Cartello lo acceca e lo porta a commettere un errore fatale: avvicinarsi troppo al suo nemico e perdere di vista il quadro generale attorno a lui. In questa situazione di vulnerabilità, Walter White colpisce. Sfruttando la sua sete di vendetta, Heisenberg colpisce Gus nel momento in cui quest’ultimo crede di star portando a termine la sua vendetta contro Don Eladio.
L’ultima scena in cui Gus Fring appare racchiude la dicotomia del personaggio stesso. La sua camminata composta dopo l’esplosione, seguita dalla rivelazione del suo volto mezzo devastato. Ordine e caos si manifestano e coesistono per un solo istante. Il vano tentativo di riaffermazione del controllo, tentando di sistemarsi la cravatta, definiscono gli ultimi istanti di vita. La situazione gli è irrimediabilmente sfuggita di mano. Ma questo è avvenuto molto tempo prima.
Tra desiderio di dominio assoluto e realtà
Gus Fring in Breaking Bad rappresenta perfettamente la tensione tra il desiderio di dominio e controllo e il caos del mondo criminale a cui cerca, invano, di dare ordine. La sua efficienza, la sua freddezza, la sua precisione gli permettono di costruire un impero della droga, apparentemente, indistruttibile. Ma l’ossessione e la cecità sgretolano il confine tra caos e ordine che Gus ha meticolosamente costruito. La lezione di tutta Breaking Bad è molto chiara, ma trova in Gus Fring un simbolo potente, forse addirittura di Walter White: la vendetta è un’arma a doppio taglio e, se non si sta abbastanza attenti, si finisce con essere altrettanto trascinati verso la rovina.