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Dark, magnificata nella scienza

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But you, amplified in the silence, justified in the way you make me bruise, magnified in the science, anatomically proved that you don’t need me.

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Il brano in questione è dei Manchester Orchestra. Andy Hull, il loro frontman, ha dichiarato di averlo scritto per sua figlia a notte fonda. Il cantante racconta di essersi catapultato giù dal letto perché chiamato in causa da Dio che, inaspettatamente, pronunciava il nome della figlia. La canzone, vestendosi da preghiera, è una toccante lettera d’amore di un padre che loda e venera la sua bambina come se fosse una Dea. Una Dea, magnificata addirittura, anche nella scienza. Dark, come la protagonista della canzone, è magnificata nella scienza. Dark, si sposa con la scienza, cosi come la scienza si sposa con Dark.

Il principio è la fine e la fine è il principio’’. Potrebbe essere sintetizzato in questo modo il filo conduttore che muove Dark, una delle serie Netflix più acclamate degli ultimi anni. Nel mondo di Winden non c’è traccia della classica e nota distinzione tra passato, presente e futuro, ma tutti sono inglobati nel cerchio infinito della ciclicità. Dark smuove gli intelletti e ci spinge a riflessioni ambigue, che chiamano in causa la scienza e soprattutto la fisica.

È possibile viaggiare attraverso il tempo? Gli eventi sono collegati da una catena infinita?

La serie, tra un segreto e l’altro, ci mostra la condizione esistenziale che accomuna tutti i protagonisti. Una condizione di prigione deterministica, in cui ogni ogni evento si ripete all’infinito e in cui non ci sono vie d’uscita. Per Tannaus, spirito guida delle tre stagioni, nell’universo ogni attimo presente è collegato con quello precedente, quello successivo ed il tempo è una bestia che non può essere domata. Tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti impotenti nei confronti del tempo, quasi come se questo non ci appartenesse, quasi come se lo scoccare delle ore non influenzasse le nostre giornate. Per Jonas e compagni non c’è un vero posto nel mondo, sono soltanto schiavi del paradosso della predestinazione: il caso non esiste, ogni percorso è predeterminato.

Per Dark, il destino più che essere un sano amico, è un nemico immortale a cui non possiamo sfuggire. In effetti, anche se i protagonisti viaggiano nel tempo per cambiare le sorti della realtà, non ci riescono e finiscono per ritrovarsi in un eterno déjà-vu. Teoria della relatività sì, ma anche correlazione quantistica: il collegamento tra due particelle subatomiche diverse, anche se sono situate a molta distanza tra loro.

Nell’opera di Netflix ogni universo, infatti, influenza e può essere influenzato da altri universi. Ecco perché Martha e Jonas, seppur in diverse realtà, hanno atteggiamenti e abbigliamenti simili. Ecco perché finiscono per uccidersi a vicenda in universi paralleli. La teoria della relatività speciale sembra suggerire addirittura che per due osservatori che si muovono in direzioni opposte un evento può situarsi nel presente (o nell’immediato passato) di uno e nel futuro di un altro, dimostrando così che il mondo ha un ciclo chiuso e predeterminato.

La verità è che per ogni singolo tempo esiste una sola ed unica via, determinata e tracciata dal principio alla fine e rappresentante a sua volta un inizio

A tuonarlo è Helge, come a voler rimarcare ancora una volta che nel nostro labirinto entrata e uscita si susseguono in un loop infinito. Dark legge Einstein, cita i suoi lavori sul Wormhole e ci mostra come la realtà sia estremamente più complessa di quello che sembra: la materia è capace di viaggiare da un estremo all’altro passandovi attraverso.

Gli autori, per spiegare l’immutabilità del passato, ricorrono anche al principio di autoconsistenza di Novikov e ne offrono un esempio nella gesta di Tannaus: costruire una macchina del tempo per rimediare alle avversità della vita, non cancella i tempi anteriori
Non posso negare che Dark mi abbia lasciato un senso di insofferenza, che mi abbia regalato spunti più grandi di quelli che possiamo trovare in una serie tv fantascientifica. Se la scienza non ha negato la possibilità dei viaggi nel tempo, la serie incalza e si domanda, domandandoci a sua volta, se la vita è solo un sogno.

“Credi che qualcosa di noi rimarrà o siamo solo questo, un sogno? Non siamo mai esistiti?”

Tic, tac, tac, tic. L’orologio segna le ore, le nostre azioni scandiscono un tempo che non ci guarda in faccia, che non rispetta le nostre regole e che va via, come il classico treno che passa una sola volta. Siamo soli insieme agli altri, ci dice Dark. Siamo figli di un mondo che costruisce emozioni che ci perseguitano, come nell’eterno ritorno di Nietzsche. Il nostro universo rinasce e rimuore, senza interpellarci. Jonas a proposito, ci regala tra perdita e dolore, una delle frasi più iconiche della serie:

Credevo di avere tempo… Perché lo dicono tutti? Come puoi averlo se lui ti imprigiona?

Se il circolo, in Dark, si pone senza fine, anche il finale ci lascia ancora una volta spiazzati : Hannah osserva un impermeabile giallo sulla sedia, lo stesso che ha sempre indossato Jonas durante le tre stagioni. Un altro deja-vu, l’ennesimo ritorno, una perturbante riproposizione. Siamo tutti figli di Dark, tutti incapaci di sfuggire al destino a noi indirizzato.

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