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Siamo in ospedale, c’è un’emergenza. Chiamate un dottore! Vogliamo il meglio! Dateci House! Peccato che lui pensi che il paziente sia noioso e che la sua malattia sia banale. “Non posso perdere tempo per un’appendice infiammata o una semplice infezione”, questa è la sua frase ricorrente in Dr. House.
Però poi ci sono i casi, quelli belli, che lo mettono in difficoltà e lo fanno sentire sempre sul punto di non farcela.
Quando si è dei geni è difficile ricevere stimoli ma nel suo ospedale, in una realtà fatta di uomini che con le loro omissioni e la tendenza all’autodistruzione creano enigmi degni del diagnosta, House trova pane per i suoi denti. Peccato che la sua autorevolezza in ambito medico, questa capacità di portare il sapere verso nuovi orizzonti, non corrisponda a un’intelligenza sociale di pari livello. House lavora in ospedale, ha un capo, ha dei colleghi; ha addirittura un amico. Preferirebbe non averli, o che almeno non rompano!. Il bello però è proprio questo, perché i casi sono interessanti sì, ma quello che ci interessa davvero è il cuore del dottore. Cosa lo fa battere?
Un uomo all’apparenza di ghiaccio dovrà pure avere dei punti deboli (spoiler: ce li ha).
Uno è Lisa Cuddy, per House capo, antagonista e a un certo punto compagna. Quanto la volevamo questa storia d’amore, come sembrava cambiato il burbero House… eppure non ha funzionato.
Dr. House non ha il classico lieto fine da chick flick.
Altrimenti il dottore non passerebbe tutto il suo tempo a imbottirsi di antidolorifici a causa di una gamba malandata, non finirebbe in un ospedale psichiatrico, non rischierebbe l’arresto. Non perderebbe il suo migliore amico, Wilson, per la sua sconsideratezza.
Tranquilli, poi lo riconquista e parte con lui all’avventura, perché House è come il suo Vicodin: crea dipendenza.