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Lost, Serie Tv conclusa ormai da 7 anni, continua a fornirci spunti di riflessione e di analisi. Infatti, se è vero che le polemiche sul finale di stagione hanno spesso preso il sopravvento, oscurando i tanti temi che dalla prima alla sesta stagione hanno riempito una serie diventata un cult nel mondo televisivo, è impossibile negare che Lost si sia destreggiata negli anni per trasmettere diversi concetti. Uno di questi, estremamente ricorrente, è quello del gioco. Fin dalle prime puntate, soprattutto attraverso il personaggio di John Locke, siamo guidati in un vortice ludico che diventa metafora di qualcosa di più grande.
Mauro De Marco nel suo “Totally Lost” (che, insieme agli episodi della serie, sarà la fonte primaria di questo articolo) parte sottolineando l’importanza del backgammon. Il gioco, ci dice la storia, sarebbe antico quanto il regno degli Egizi, e dunque in circolazione da circa 5000 anni; si tratta di un gioco da tavolo a due giocatori che, dotati di 15 pedine a testa, devono muoverle lungo 24 triangoli sul tabellone, lanciando dei dadi. Vince chi per primo riesce a rimuovere tutte le proprie pedine.
A proposito del gioco vanno sottolineate due note interpretazioni che ne sono derivate. Molti hanno visto nel backgammon il ciclo annuale e giornaliero della vita umana (30 pedine i giorni del mese, 24 punti la somma delle 12 ore giornaliere e 12 notturne); altri, la contrapposizione fra bene e male, tra vita e morte (in riferimento alle pedine, di solito bianche e nere). In quest’ultimo discorso, Lost si inserisce alla perfezione; afferma John Locke nella prima puntata:
“Due giocatori. Due lati. Uno è la luce, l’altro l’oscurità”.
Nonostante fosse semplicemente il suo modo per spiegare a Walt come funzionasse quel gioco, non può sfuggirci la contrapposizione “luce-oscurità” che sarà poi fondamentale nell’economia della Serie. Ed è così che giungiamo dunque alla seconda via attraverso cui il concetto di gioco viene espresso: la contrapposizione fra Jacob e l’Uomo in Nero.
A pensarci bene, infatti, i due fratelli da bambini (e anche da adulti) giocano a backgammon, vestiti di bianco e di nero, come le pedine; ma soprattutto, quello che si instaura tra loro nel momento in cui l’Uomo in Nero diventa il fumo nero è un vero e proprio gioco al massacro. Dice Jacob a Richard nell’episodio “Ab aeterno”:
“L’uomo che ti ha detto di uccidermi crede che tutti siano corruttibili perchè è nella natura umana peccare. Io vi porto sull’Isola per dimostrargli che ha torto”.
Non lo definireste un gioco?
E veniamo dunque al terzo e ultimo modo con cui il gioco in Lost si manifesta. Jacob è il giocatore principale di questo grande schema e, proprio come nel backgammon, è possessore di pedine che gestisce a suo piacimento, con l’obiettivo di trovare il suo sostituto come guardiano dell’Isola. Queste pedine sono i nostri protagonisti, tutti personaggi strappati ad una vita avara di soddisfazioni, triste, ricca di insidie e tormentata. Ma questo giustifica giocare con le vite? Probabilmente no.
Lost in ogni modo cerca di lanciare segnali che conducano nella strada descritta in questo articolo: il gioco è un elemento fondamentale per comprendere la vita. Il gioco perfetto è il backgammon, in cui l’abilità e la fortuna sono determinanti per vincere.
Non è così anche nella nostra quotidianità? Non è la nostra vita un grande e complesso gioco? Assolutamente sì.