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Sapevo che prima o poi sarebbe successo, e sapevo anche che sarebbe successo proprio ora. Eppure, consapevolezza a parte, non posso fare a meno di sentirmi un po’ sola adesso. Quando la vita ti dà mandarini, la serie coreana che ha accompagnato con le sue uscite settimanali i miei ultimi quattro fine settimana, è ufficialmente terminata. E mi sento abbastanza sicura nell’affermare che non avrà un sequel, visto il tema e visto anche il finale. Nell’ultimo mese questo k-drama nato e distribuito su Netflix ha costruito in sedici episodi la vita di una donna e di un uomo, e tutto ciò che questa vita ha portato con sé. Dolori e gioie, perdite e vittorie si sono susseguiti tra primavera, estate, autunno e inverno. Le stagioni non solo di un anno, ma di un’intera vita.
Le abbiamo vissute insieme ai protagonisti, li abbiamo seguiti in un viaggio seriale che altro non è che la storia di due esistenze umane. Ci siamo emozionati con una trama che episodio dopo episodio si è sviluppata in direzioni sempre nuove e sempre più profonde. L’ho già detto nella recensione della terza parte della serie: all’inizio non avrei mai pensato che mi sarebbe mancata. Anzi, ero piuttosto convinta del fatto che l’avrei vista con un po’ di sforzo di troppo. Mi sbagliavo, e per quanto di solito non mi piaccia sbagliare questa volta ne sono anche un po’ felice. Ho vissuto una bella avventura, e ora ve ne racconto il finale.
Quando la vita ti dà mandarini: la trama della quarta parte

Gli ultimi 4 episodi di Quando la vita ti dà mandarini si concentrano, come già avevano fatto i precedenti, sulla vita ormai ampiamente adulta di Ae-Sun e Gwan-Sik. Dopo averli visti diventare prima adolescenti (qui la recensione della prima parte), poi giovani genitori e poi adulti alle prese con le preoccupazioni derivate da figli ormai a loro volta non più bambini, i protagonisti della serie continuano ad accumulare le esperienze di una vita piena. Il figlio più piccolo li rende nonni, permettendo loro di sperimentare un nuovo tipo di amore. Ma soprattutto – perché è proprio lei, la figlia preferita, a portare ormai avanti il racconto – hanno la possibilità di vedere la realizzazione e la felicità di Geum-Myeong, che finalmente riesce a trovare l’amore. E sì, stavolta quello vero.
Se negli episodi precedenti avevamo infatti visto la prima relazione di una Geum-Myeong ancora poco più che ventenne fallire a pochi passi dal matrimonio, stavolta la donna è alle prese con una relazione matura e adulta. Il primo amore è diverso dal secondo, e Geum-Myeong impara ad apprezzare queste differenze. E dopo tanto tempo passato a sfiorare questa possibilità senza mai viverla davvero, finalmente può viversi il suo Picasso come merita. Una storia, questa, che dimostra sia che in amore non è finita finché non è finita, sia che la perseveranza prima o poi il destino riesce a intercettarlo. O almeno così pare per chi va ogni singolo giorno al cinema in attesa di veder entrare proprio quella persona lì.
Insomma, dopo aver ottenuto la benedizione dei suoi genitori, e stavolta anche della madre del futuro marito, Geum-Myeong si sposa.
Ed è proprio durante il matrimonio di Geum-Myeong che entriamo dritti nel primo momento di pianto dell’ultima parte di Quando la vita ti dà mandarini. Gwan-Sik accompagna sua figlia all’altare, è pronto a lasciare la sua bambina alla persona con cui ha scelto di condividere la vita. Lo fa con una sorta di serena rassegnazione, ma non prima di averle assicurato che comunque vada, qualunque cosa accada, potrà sempre tornare sui suoi passi, potrà sempre tornare dal suo papà. La vede di nuovo piccola, proprio come quando la lasciava sola a Seul. Rivede quella bambina che adesso è una donna che piange a dirotto, andando incontro a qualcosa di bello ma ben consapevole del fatto che ciò che sta lasciando non tornerà più indietro.

E io non so se mi ha colpito di più il legame padre-figlia che non ho mai avuto la fortuna di avere o la consapevolezza con la quale i personaggi vivono la coscienza del tempo che scorre. Fatto sta che ho pianto, e un piccolo peso mi si è posato ad altezza cuore. Geum-Myeong non è più solo una figlia: è una donna, una moglie, e diventerà non senza problemi anche una madre. Una madre con una figlia molto simile a lei. Come direbbe la mia, di madre, “Ti auguro di fare dieci figli come te”. È un po’ la legge del contrappasso di ognuno di noi, o almeno di chi decide di diventare genitore. Soprattutto, comunque, Geum-Myeong è una donna che sa quello che vuole e che si lascia ispirare dall’esperienza di chi l’ha cresciuta. Ed è così che, quasi dal nulla, dà vita al suo piccolo-grande impero.
Le ultime 4 puntate di Quando la vita ti dà mandarini sono mediamente più lunghe delle precedenti ma scorrono veloci.
Una velocità data un po’ dal fatto che ormai siamo dentro le vite dei protagonisti fino al collo e vogliamo sapere come vanno a finire. Un altro po’, invece, questa velocità è data proprio dal fatto che sappiamo che finiranno. Non starò qui a raccontarvi i dettagli di come Ae-Sun e Gwan-Sik aprono un ristorante e ne vivono di cotte e di crude per portarlo avanti. Non vi racconterò neanche del fatto che, intorno ai 60 anni, anche i personaggi più difficili da digerire riescono finalmente a sembrare umani. No, non vi racconterò nemmeno la mia gioia quando finalmente ho sentito il solo e unico riferimento un po’ esplicito che la serie ci ha dato. Non lo farò perché la verità è che il momento clou della visione è ovviamente un altro. È quello dell’addio.
Quando la vita ti dà mandarini era destinata e forse anche un po’ condannata a mostrarci, tra i tanti addii, anche quello tra Ae-Sun e Gwan-Sik. Questo addio arriva, ed è stato ovviamente una nuova occasione di pianto per la sottoscritta. Le puntate precedenti ci avevano già preparato un po’ a cosa sarebbe successo, un po’ al come, un po’ meno al quando. Ci arriviamo lentamente, con dolcezza e con la consapevolezza di chi sa che tutto scorre e tutto ha una fine, anche se l’idea che questa si avvicini inesorabile non ci piace. Ma l’avvicinarsi della morte porta con sé il suo carico di vita: i racconti, le confessioni, la voglia di condividere ciò che resta quando si sa che ormai non è molto.

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere questa serie, sceglierei sicuramente consapevolezza.
Quando la vita ti dà mandarini è una serie che apre gli occhi e stimola riflessioni. La vita di Ae-Sun e Gwan-Sik, dei loro figli, di Jeju, di parenti, amici e nemici diventa un reminder in 16 puntate su quanto l’esperienza umana sappia essere semplice e complessa insieme, e su quanto la condivisione sia ciò che nella vita fa davvero la differenza (si parla molto di questo nella recensione della seconda parte della serie). Ma soprattutto, e forse qui la mia visione catastrofista parla al posto mio, ci ricorda che la vita è bella, è sfaccettata, è complicata e non è infinita. Quella che all’inizio della serie sembrava una struttura ciclica pronta ad accompagnarci in modo lineare per tutti gli episodi, si rivela a un certo punto un groviglio di stagioni che si susseguono una dopo l’altra, perdendo la comprensione di quale sia quella che stiamo vivendo.
Non è mai facile dirlo, e infatti nella maggior parte dei casi non abbiamo idea di essere nella nostra primavera mentre la stiamo vivendo. Quello di cui invece è facile rendersi conto durante e dopo la visione di questa serie è che della vita sappiamo veramente poco. E, come se non bastasse, approfittiamo di ancora meno. Quante volte ho trattato male senza motivo chi amo? Quante volte poi ho effettivamente chiesto scusa? Quanti sono i rimpianti che mi porto dietro? Mi sono fatta parecchie domande come queste mentre guardavo Quando la vita ti dà mandarini. Mi sono data poche risposte, e quelle che sono riuscita a darmi non mi piacciono. So di sbagliare e continuerò a farlo, perché quasi mai so quale sia la cosa giusta da fare.
Ragioniamo tanto sulla vita, leggiamo libri e guardiamo serie nella speranza di capirci qualcosa in più.
La verità è che non ne sappiamo niente, e non c’è scuola che possa insegnarcelo. La vita si impara vivendola, non un minuto prima. Il segreto di Ae-Sun e Gwan-Sik è stato viverla intensamente, nel bene e nel male. Profondo amore, profonda tristezza, profonda tenerezza. Questo insegnamento, almeno, spero di essere capace di portarmelo a casa.