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Da HAL 9000 a Black Mirror: l’intelligenza artificiale si “evolve” nell’umanità robotica

“Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi dentro. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici; l’intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto”

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Con queste parole, Charlie Chaplin, nei panni di un improbabile dittatore, lanciò il suo messaggio al mondo. Era il 1940. Un’era geologica fa? Forse sì, forse no. Le macchine si sono evolute, ma l’uomo no: è sempre lo stesso, ieri come oggi. Il mondo del cinema, intanto, ha continuato a proporci le sue fiabe, e con esso, quello delle serie tv. Quei geni di Stanley Kubrick e Charlie Brooker ne sanno qualcosa. Dalle prime macchine all’umanità robotica, passando attraverso l’intelligenza artificiale, il passo è breve, brevissimo, più di quanto sembra. È l’uomo la macchina più temibile, ma nessuno ha ascoltato il grande dittatore: forse era troppo ottimista.

IL ROBOT PARANOICO: PRIMA PARTE – È possibile trasformare un robotico occhio rosso nel personaggio più geniale della storia del cinema? Sì, se ci si chiama Stanley Kubrick. Anno del Signore 1968: il mondo scopre un capolavoro e immortala un genio. HAL 9000, personaggio chiave di “2001: Odissea nello spazio”, è un computer. Uno strano computer. Infallibile all’apparenza, è in realtà il più umano dei fallibili. Il più umano degli orgogliosi. Il più umano dei cinici mentitori. Tenta di uccidere i compagni di viaggio, naviganti impavidi nello spazio aperto, alla ricerca delle origini dell’uomo, ma riesce solo in parte nell’impresa , anche perché non tiene in considerazione l’ennesimo errore di valutazione. L’intelligenza artificiale è tale fino al punto di plasmarsi nelle più istintive sembianze umane. Altro che robot.


IL ROBOT PARANOICO: SECONDA PARTE – E poi c’è “Black Mirror”, uno specchio che sarebbe apparso inquietante persino agli occhi di Kubrick. Strano, vero? La serie tv creata da Charlie Brooker, in onda dal 2011, dieci anni dopo la realtà immaginata dal regista newyorkese, raffigura con rara efficacia l’evoluzione del rapporto uomo-macchina. Come Kubrick. Eppure la tecnologia, centrale in “2001”, in questo caso è soltanto un mezzo. La macchina, quella vera, è l’uomo. Sei sfumature di paranoia, presentate attraverso sei storie ed una miriade di personaggi, uniti dal filo sottile dell’ossessione tecnologica. “Abbiamo aumentato la velocità” fino ad esserne assorbiti, mettendo in luce tutte le debolezze dell’uomo. La nostra è l’unica intelligenza artificiale. Un ritorno al futuro, perché il problema è alla radice, non nell’evoluzione. È questa la vera evoluzione? I dubbi non mancano, tantomeno a Charlie Brooker. In fondo, poggiare da una parte, almeno per un attimo, il tablet grazie al quale avete letto questo articolo, sarebbe il modo migliore per dare retta a quello strano dittatore. Vero, Charlot?

Antonio Casu