2) Dr. House

Ci sono serie che si possono rifare, aggiornare, modernizzare. Poi ci sono quelle che non si possono nemmeno sfiorare senza rischiare di rovinarle. Dr. House – Medical Division appartiene alla seconda categoria. Il punto è che, per i suoi tempi, si trattava di un’anomalia nel panorama dei medical drama. Un fenomeno culturale che, tra un caso di lupus e una dose di Vicodin, ha ridefinito il concetto di anti-eroe televisivo.
Immaginiamo per un attimo come sarebbe un reboot della serie tv Dr. House.
Un nuovo attore nel ruolo principale. Un ospedale più moderno. Un tono più in linea con i tempi. Forse persino una riscrittura del personaggio, meno cinico, più “empatico”, magari con una sottotrama romantica più spinta. Abbastanza spaventoso, non è vero? Bene. Perché la magia di Dr. House stava proprio nel suo essere un prodotto irripetibile, sporco, tagliente, quasi scomodo da guardare.
House non era solo un medico geniale. Era un uomo distrutto, costretto a convivere con un dolore fisico ed emotivo che lo spingeva a trattare chiunque con il disprezzo riservato agli idioti. Ma sotto quella scorza impenetrabile, tra un insulto e una sfilza di diagnosi errate, si nascondeva qualcosa di profondamente umano.
Pensare di sostituirlo sarebbe come cercare di rifare Il Padrino senza Marlon Brando. Un altro attore potrebbe provare a interpretarlo, ma sarebbe solo un’imitazione sbiadita, incapace di eguagliare l’intensità, il dolore e il carisma che Hugh Laurie ha infuso nel personaggio.
Quando Dr. House debuttò nel 2004, il panorama televisivo era molto diverso da quello di oggi. Le serie medicali seguivano spesso lo stesso schema: medici compassionevoli, storie strappalacrime, un mix perfetto di tensione e sentimenti. Poi arrivò lui. Un dottore che non si preoccupava minimamente di piacere. Che insultava i pazienti, trattava la medicina come un puzzle da risolvere, più che una missione salvifica. Odiava il contatto umano, la burocrazia e le chiacchiere inutili. Eppure, proprio questa sua sfrontatezza lo rendeva irresistibile.
3) The Big Bang Theory

Nel 2007 essere nerd era ancora un’etichetta di nicchia, non era completamente accettato dalla cultura mainstream. The Big Bang Theory ha avuto il merito di portare la passione per fumetti, videogiochi e scienza nelle case di tutti, trasformando l’immagine dello “sfigato” in quella di un protagonista affascinante. Ma oggi? Essere nerd è cool. I film Marvel dominano il box office, Dungeons & Dragons è una moda globale, e Stranger Things ha reso la cultura geek un fenomeno di massa.
Un reboot della serie tv non susciterebbe la stessa piccola rivoluzione del passato.
La serie originale funzionava perché giocava sul contrasto tra la goffaggine dei protagonisti e il mondo che li circondava. Ma in un’epoca in cui tutti sanno chi è Thanos quell’effetto si perderebbe. Ogni arco narrativo si è chiuso nel modo giusto. Un reboot significherebbe doverli riscrivere da capo, o peggio, cancellare tutta questa crescita per farli ripartire da zero.
Abbiamo già avuto lo spin-off Young Sheldon per esplorare il passato. Un reboot sarebbe solo un tentativo forzato di riportare in vita qualcosa che ha già detto tutto. Se mai qualcuno dovesse proporre un reboot, sarebbe inevitabilmente diverso dall’originale. Certo, sarebbe bello avere più diversità nel cast, ma il rischio è quello di trasformare la serie in un manifesto forzato anziché un racconto naturale. Leonard e Sheldon che fanno streaming su Twitch invece di giocare a Halo sul divano? Penny che diventa un’influencer? Raj che usa le app di dating invece di struggersi per l’amore? Magari funzionerebbe… oppure sarebbe un disastro generazionale