«Bring yourselves back online.» «Tornate in linea.»
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LA PEDISSEQUA RICERCA DI UNO SCOPO: la vita di William
– Ā«Il tempo logora perfino la più potente delle creature. Guarda cos’ha fatto a te. Un giorno tu perirai. Giacerai nella terra con il resto della tua specie. I tuoi sogni? Dimenticati. I tuoi orrori? Cancellati. Le tue ossa diventeranno sabbia. E proprio su quella sabbia un nuovo Dio camminerĆ . Uno che non morirĆ mai.Ā»
Ć per questo che William alza il capo nascosto sotto quel cappello stavolta nero, col volto provato e disegnato di rilievidaltempo che sveste a strati la vulnerabilitĆ umana.
Col cinismo di un uomo privato, ancora una volta, delle sue illusioni.
Il concetto di coscienza somatizza in maniera definitiva, nell’ultimo episodio, in quell’abbraccio di “angoscia e disperazione” kierkegaardiano.
Ogni scelta di William nasconde la minaccia del nulla, e la paura di giungere quindi al punto in cui ĆØ impossibile scegliere.
A questa possibilitĆ di non poter più scegliere ĆØ legata l’angoscia, la stessa senza la quale l’intelletto eserciterebbe sul nulla assoluto. William ricerca l’angoscia, ricerca il dolore che per lui non può che essere fisico (ma che negli host risiede nella rimembranza, nel monologo interiore).
Da qui, la mente bicamerale smette di essere una piramide e diventa un cerchio che focalizza il suo punto di interesse nel centro.
SarĆ Ford a spiegarlo a William in maniera più velata di quanto Arnold faccia nei ricordi di una confusa Dolores, ed ironicamente sarĆ proprio Ford a chiamare l’Uomo in Nero col suo nome per la prima volta, nella timeline del presente.
Sul finale, il caduco Dio delle Attrazioni gli palesa il suo scopo in maniera quasi beffarda, ricordandogli che sapore ha il dolore.
Allora William può tornare a sorridere, con una smorfia che non è soltanto una vigile ruga in più su un viso provato.
Con tutta probabilità , William può ora cominciare il gioco che da sempre ha agognato come un bambino, o come una Dolores ignara, fa col suo balocco. Trovando finalmente la sua variazione dopo la ripetizione.
LA COSTRUZIONE DI UN’OPERA SEMPITERNA: la vita di Ford
– Ā«Un vecchio amico una volta mi ha detto una cosa che mi ĆØ stata di grande conforto. Diceva che Mozart, Beethoven e Chopin non sono mai morti. Sono semplicemente diventati musica. Spero dunque che vi godrete quest’ultima storia fino in fondo.Ā»
Ć il forma mentis umano che esige immortalitĆ , e lo fa con l’illusione del ricordo.
Il futuro non chiede di arrivare, ma arriva per definizione; i nuovi paradigmi tecnologici non bussano alla porta, la sfondano calciandola con arroganza ed intimando perfino il padrone di casa a sfrattare. Ford ĆØ il Dio materiale, Arnold quello spirituale, a riprova della dicotomia tra vita estetica e vita etica in Westworld.
Ma in una realtĆ in cui il corpo ĆØ costretto a concedere le proprie veci alla nostalgica memoria, anche Ford ha capito che l’immortalitĆ risiede nel diventare storia.
Una storia raccontata con l’elegante rimorso di chi non versa una lacrima, ne una goccia di sudore su una veritĆ aspra, che cala come un sudario sulla sua esistenza.
Dove il vento non si alza per paura di smuovere il contesto, (una piazza meticolosamente acconciata come la struttura di un plastico bellico) sulla stessa superficie della scricchiolante veranda che ha cullato la morte del suo “vecchio amico”, Ford saluta la platea con la diligenza di un narratore.
In quel momento, attore e personaggio si fondono (Hopkins dispone la sua clausola definitiva sull’Emmy) per l’ennesimo gioco metatestuale che vede la redenzione di Ford divenire opera, cosƬ come la serie stessa ambisce a fare. “Dio ĆØ morto”, affermava Nietzsche, ottenendo il finale manipolato pur non attingendo al potere meccanico della manipolazione.
Paradossalmente, l’atto finale che lui aveva previsto come la sua morte ĆØ necessario ottenerlo liberando Dolores, prevedendo un finale mosso in punta di lingua ma senza fili. Solo raccontando la sua fine nella maniera meno umana possibile, fredda, lontana da lui, come un racconto in terza persona, Ford riesce ad essere aperto, quasi squartato, cosƬ onesto.
Raccontando la sua morte, stavolta, come quella di un umano e non più come quella di un Dio. CosƬ che “Dio muoia” prima che ciò accada fisicamente.
La platea assiste al monologo e vive l’attimo finale come il momento in cui un personaggio animato realizza di aver svolto tre passi oltre il dirupo e ci osserva sbigottiti prima di cadere nella consapevolezza.
Noi, protagonisti di storie, siamo in un sogno.
Sappiamo con certezza quando ĆØ cominciato, ma non siamo ancora certi di chi questo sia.
Ci piace pensare che ci appartenga, escludendo a priori la possibilitĆ che questo sia il disegno di una narrativa che percepiamo come nostra per scelta.
Ć per scelta che vediamo la bellezza di questo mondo, stendendo un velo sulla crudezza del brutto.